Città piene, città svuotate: come scegliere una destinazione culturale
02 Aprile 2026
Tra overtourism e geografie culturali alternative: perché oggi scegliere una città d’arte significa ridefinire il proprio modo di guardare
Ci sono città che non si visitano più: si attraversano dentro un flusso. Firenze, Venezia, Parigi… Non è una questione di fascino o di offerta culturale, ma di densità. La concentrazione di corpi, immagini e aspettative produce un’esperienza compressa, dove il tempo si riduce a sequenza e lo spazio perde profondità. Il problema non è l’affollamento in sé, ma il modo in cui trasforma la relazione tra chi guarda e ciò che viene guardato: tutto è già stato visto, fotografato, anticipato.

In questo contesto, scegliere una destinazione culturale non è più un gesto neutro. È una presa di posizione rispetto a come si vuole abitare il tempo e lo spazio, e a come vogliamo viverci come “turisti”. Le città d’arte cosiddette “minori” — da Mantova a Urbino, da Ravenna a Lecce — non rappresentano un’alternativa più autentica in senso romantico, ma un diverso regime percettivo. Qui lo spazio non è saturo, e proprio per questo torna a essere leggibile.

La differenza non riguarda la qualità dell’offerta — spesso paragonabile — ma la possibilità d’instaurare una distanza. Nei centri iper-frequentati, l’opera è inglobata in una coreografia collettiva che ne neutralizza la presenza: si guarda per confermare, non per scoprire. Al contrario, in contesti meno esposti, lo sguardo non è costretto a competere. Può fermarsi, deviare, persino annoiarsi. Ed è in questa disponibilità che riemerge una forma più esigente di attenzione.

Negli ultimi anni, anche istituzioni e curatori hanno iniziato a interrogarsi su questo squilibrio. Progetti diffusi, festival decentrati, politiche di valorizzazione territoriale tentano di ridistribuire i flussi, ma senza incidere davvero sul nodo centrale: la concentrazione simbolica. Alcune città restano tappe obbligate, non per necessità culturale, ma per inerzia collettiva. Visitare il Museo del Louvre o la Galleria degli Uffizi continua a essere percepito come passaggio imprescindibile, anche quando l’esperienza è ridotta a un attraversamento rapido.

Il punto, allora, non è evitare le città sovraffollate, ma smettere di considerarle inevitabili. Esiste una geografia culturale più ampia, meno spettacolarizzata, che richiede però una diversa disposizione: meno orientata alla conferma, più alla costruzione di un rapporto diretto con i luoghi. In questo senso, scegliere una città “dimenticata” non è un gesto controcorrente, ma un modo per sottrarsi a un modello di fruizione che ha smesso di produrre esperienza.
Non si tratta di trovare il posto giusto, ma di ridefinire le condizioni dello sguardo. Alcuni luoghi lo rendono ancora possibile.